Silvia Sanna al Cavò

Le fotografie concettuali del progetto Abitare di Silvia Sanna propongono un tentativo di dialogo tra corpo e filo spinato. Una sequenza di nove immagini che singolarmente rappresentano una sineddoche, una parte per il tutto, ma se assemblate, nell’insieme, creano una figura
nella sua interezza. Diafana, nuda, immersa in un contesto nero che suggerisce un altrove ignoto ma anche sfondo che idealizza il soggetto principale, le cui linee sono contornate da un manufatto che si percepisce essere estraneo e, in questo scenario, perturbante. Immagini che richiamano la sintesi di un’azione performativa.

Non un ritratto ma un corpo che è luogo. Corpo portatore di messaggio sociale e politico. Se il primo livello di lettura evidenzia la composizione dell’immagine, nel tentativo di comprendere il significato profondo dell’opera emergono i concetti di spazio e di barriera. Spazio come quello occupato dal corpo umano che allo stesso tempo è contenitore delimitato da un rivestimento: la pelle. Un confine che separa. Un involucro che protegge ma che per definizione è mediatore del rapporto con il mondo esterno. Permette l’osmosi, un passaggio in entrambe le direzioni. Pertanto è una soglia, un limen. C’è differenza tra questo concetto e la parola barriera (il limes), qui ben rappresentata dal filo spinato, che al contrario impedisce ossia toglie la possibilità, opponendosi, di essere attraversata. Crea, con il pensiero o con l’ausilio di mezzi materiali, una netta cesura tra due spazi differenti.

 

A rafforzamento di questa riflessione il filo, con le sue evidenti spine, non solo percorre il corpo lungo la silhouette ma anche penetra e lega. La bocca, il naso, il collo, una delle due caviglie. Ammutolisce, toglie il respiro, soffoca, trattiene. Questa la spiegazione metaforica del soggetto, quale segno iconico, descritto nelle fotografie. Trovo nel loro significato un importante messaggio, uno spunto per ragionare sulla contemporaneità. Devono necessariamente esistere de-limitazioni degli spazi per circoscrivere e regolamentare le appartenenze ad un luogo o all’altro ma al contempo non ne devono impedire lo scambio reciproco. Devono essere porte e non muri. Varco e non filo spinato. Devono creare luoghi da abitare e non da trincerare. Corpi vivi e forti che non hanno paura e non devono difendersi da quello che sta loro intorno.

Monica Mazzolini

 

Silvia Sanna

È nata nel 1986 in Sardegna, dove vive e lavora. Studia all’Istituto d’Arte di Alghero e poi all’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari. Già da bambina è affascinata dalla fotografia ma è all’Accademia che approfondisce il tema dell’autoritratto e scopre e studia artisti come Francesca Woodman. L’autoritratto diventa il fulcro della sua produzione artistica:  Silvia usa il suo corpo per indagare temi, condizioni, ossessioni del quotidiano e della contemporaneità. A Trieste è stata una delle artiste selezionate dal progetto Artefatto, ha partecipato a mostre in Italia, Stati Uniti, Corea del Sud, Francia e Spagna e ottenuto premi e riconoscimenti in Italia e all’estero.

Silvia Sanna e “Femmine”:
un’anteprima

Il ciclo fotografico di Silvia Sanna presentato a gennaio al Cavò di via San Rocco nell’ambito della mostra Limen, è l’anteprima dell’ottava edizione del nostro festival dedicato alle “femmine“.

L’artista lavora da sempre mettendo al centro della propria ricerca il suo corpo, spesso come strumento per riflessioni – alle volte ironiche alle volte amare – sulla condizione femminile, sugli stereoptipi, i pregiudizi e le frontiere, mentali e culturali, che spesso i ruoli di genere ci impongono.

Silvia Sanna apre la galleria di artiste, scrittrici, intellettuali che il festival presenterà, o ripresenterà, al pubblico tra il 2020 e il 2021.

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