Da quando ho ricordi il concetto di tolleranza è sempre stato integrato nella mia quotidianità. Persone mi circondavano di qualsiasi etnia, di qualsiasi orientamento sessuale, tutti con una storia completamente unica. A New York nessuno è “diverso,” perché nessuno è uguale. Nascendo e crescendo in tale immersione culturale mi ha resa estranea al concetto di “normalità.”
Quando sono arrivata a Trieste in seconda media ho vissuto per la prima volta questo stacco sociale. Il fatto che non solo si riconosca, ma che si metta in evidenza, quando qualcuno non rientra nella norma. Per forza si indicava “quel ragazzo nero” oppure “quello un po’ gay” anche se spesso senza cattiveria, sempre con attenzione. Sono osservazioni che facciamo tutti, utili per comporre in testa una definizione di chi ci troviamo davanti.
A dodici anni mi sono allarmata sentendo queste osservazioni esplicitate in battute o commentini di poco gusto e dalla facilità con la quale scorrevano queste parole dalle bocche dei miei coetanei. Era possibile questa normalizzazione del categorizzare e del discriminare? Evidentemente si. Conta anche se stanno scherzando? Tanto non sono veramente ne razzisti ne omofobi, almeno così dichiaravano dopo aver ricevuto uno sguardo leggermente storto. Ma anche se fosse il caso, ciò che mi turbava di più era propriamente l’esistenza di questo pensiero automatico. Mi sono sentita esclusa da questa battuta che faceva ridere tutti, una battuta alla quale non volevo veramente fare parte. Trovare delle persone con il mio stesso processo mentale si è rilevato un percorso lungo, ma per fortuna non impossibile.
Come tante parole che sentiamo ripetersi nei dialoghi, “tolleranza” viene interpretata diversamente a seconda della persona che lo definisce. Secondo il dizionario, la tolleranza è l’apertura e rispetto nei riguardi dei comportamenti, delle idee o delle convinzioni altrui, anche se in contrasto con le proprie. Proprio quest’ultima parte è quella più importante, quella che dà significato al termine. È anche la parte che viene dimenticata più spesso.
Nonostante il concetto di diverso, inferiore o sbagliato sia integrato nella cultura italiana (per non nominare altri posti), non vuol dire che sia giusto, ma nemmeno immutabile. Le istallazioni come quella al mercato coperto di Trieste sono necessarie per ampliare le visioni oltre la bolla nella quale si vive. Ci permettono di capire che dall’altra parte del mondo ci sono altre persone che, come noi, semplicemente esistono. A mio parere una semplice mostra in un luogo ormai poco affollato non è abbastanza per attualizzare un cambiamento, ma sono grata del fatto che dei piccoli passi vengono fatti ogni tanto, perché in questo mondo pieno di odio è necessario ricordare che accettare e apprezzare l’uno l’altro non è cosa da temere.
Varcare la frontiera_Tolleranza
È promosso da Cizerouno grazie al contributo della
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
in coorganizzazione con
Comune di Trieste
in collaborazione con
Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi Agrigento
Regione Siciliana
Città di Agrigento
Comune di Lampedusa e Linosa
Fondazione Agrigento 2025
ATS Pelagies
I partner di progetto di Cizerouno per questa edizione di Varcare la frontiera sono:
Tolerance Project Inc., New York
Università degli Studi di Trieste
Caritas Trieste
Associazione guide turistiche del Friuli Venezia Giulia
Casa dell’Arte, Trieste
in collaborazione con
ENAIP- FVG
Fipe – Federazione Italiana Pubblici Esercizi, Trieste
Ciofs – Fp Friuli Venezia Giulia ETS, Trieste
Istituto Tecnico Statale G. Deledda – M. Fabiani, Trieste
V Circoscrizione Barriera Vecchia – San Giacomo



